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mercoledì 22 ottobre 2014

Cacciatori di frodo di Alessandro Cinquegrani


Ultimo libro letto, gentilmente regalatomi da un amico.

La storia si svolge in Veneto e racconta di Augusto, un uomo di mezza età con un bagaglio di vita non indifferente e di sua moglie Elisa, che ogni giorno percorre 12 km a piedi, in camicia da notte, per sdraiarsi sulle rotaie del treno ed attendere la morte.
La trama mi aveva incuriosita parecchio e  non mi ha affatto delusa.

La prima cosa che salta all'occhio, quando ci avventuriamo in questo libro, è il linguaggio usato dall'autore. Appare complesso, ripetitivo, monotono. E' difficile farlo nostro: a volte è irritante, a volte pesante. Ma basta non gettare la spugna e proseguire nella lettura, per entrare in questo vorticoso meccanismo fatto di pensieri sparsi, di ricordi che si alternano a momenti del presente. Basta qualche pagina in più per riconoscere a questo linguaggio una certa musicalità intrinseca, una vena poetica: una nenia che ci entra dentro. Ho paragonato il modo di scrivere di Cinquegrani alla canzone "Alla fiera dell'Est" di Branduardi. Il racconto ci viene propinato a piccole dosi, un po' alla volta, un piccolo tassello dopo l'altro.  In questo modo, è difficile perdere il filo del discorso, perchè il racconto si ripete ciclicamente, senza però stancare. L'autore, che fa parlare il protagonista attraverso i suoi pensieri e tarli interiori, dosa sapientemente il tempo del racconto, con frasi lunghissime, aumentando in noi l'ansia, lo smarrimento (a volte) e l'attesa. 

La storia rimanda alla Bibbia, per certi versi ed in particolare a tre passaggi: la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre,  la storia di Caino e Abele, il Diluvio Universale.
Augusto è un uomo onesto, forse passivo, un padre di famiglia,  che sta vivendo il suo inferno personale. Un treno (appunto) che ha travolto il suo passato, ripercuotendosi irrimediabilmente sul suo futuro. Un uomo che sono riuscita ad immaginarmi: una vita pesante, faticosa...forse neppure degna di essere chiamata vita. Forse una morte lenta, lentissima...Un viaggio verso il binario dove Elisa si sdraia ogni mattina e un viaggio nel passato, in quei tanti errori, sensi di colpa, credenze, cose non dette. Tragedie che dal paradiso in terra hanno portato i due coniugi nell'inferno più nero. Due vite sospese, senza tempo in cui ogni più piccolo particolare, come una pioggia battente, rimanda a cose che furono, a persone, a segreti mai confessati, a pensieri. Perchè è questo che fa il protagonista tutto il santo giorno: pensa e vive ormai meccanicamente, come un automa accanto ad un burattino, sua moglie. L'ambiente circostante, una casa fatiscente, una natura ribelle sembrano quasi partecipare al disagio morale dei due protagonisti. Il presente scorre lento, lentissimo, il passato è forte, vigoroso, fa male. Si parla di tradimenti, di attacchi di panico, di padri e figli, di vita, sostanzialmente. E' un piccolo grande viaggio di un uomo mediocre, verso il terribile.

Un bellissimo libro che tocca le corde più profonde in cui credo ognuno potrà trovare un po' di se stesso. L'ho letto d'un fiato, nonostante lo sgomento iniziale. Storie difficili, pesanti come una montagna che ti rimangono dentro e  ti rendi conto che tutti hanno la loro piccola (o grande) pena da espiare. Tutti hanno qualche sasso in tasca. Un'autoanalisi che forse un po' tutti dovremmo concederci, qualche volta.  Consigliato!

"Ho sempre avuto paura, penso mentre cammino sul binario morto badando a non mettere i piedi sui sassi per non rovinare le scarpe, sempre avuto paura di qualcosa, la mia vita, penso, è sempre stato uno scadenzario di passività, penso, in tutta la mia vita non ho fatto che subire il destino, che galleggiare o sopravvivere nello spazio che mi era concesso, senza alzare i gomiti, penso, e forse il mio onesto lavoro, il mio onesto badare onestamente alla famiglia, non è stato che un modo per non fare di più, per non compromettermi di più, penso, e fare soltanto quel poco per galleggiare nella medietà, penso mentre vado a riprendermi mia moglie che aspetta che il treno le faccia cadere la testa giù dall'argine e nel fiume...".