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lunedì 10 novembre 2014

La cena delle bugie di Danielle Hawkins


Ecco uno di quei libri, il cui titolo tradotto in italiano non c'entra una cippa (si può dire cippa?) con la storia e col titolo originale,  Dinner at Rose's. Quando acquisto un libro, oltre a cercare più informazioni possibili sul web (trama, recensioni, ecc), dò importanza anche al titolo, e persino alla copertina se devo dirla tutta. 
Ma vabbeh. 
Questo romanzo racconta la storia di Josephine, una fisioterapista che, dopo una pesante rottura sentimentale, ritorna nella campagna da cui proviene, intrecciando la sua vicenda personale con quella di un suo caro amico d'infanzia, di una zia acquisita e della loro famiglia.

La storia si svolge nelle campagne neozelandesi e, grazie a descrizioni molto accurate ma mai pesanti, ci aiuta parecchio ad immergerci nell'ambiente circostante fatto di bestiame, stalle, case fatiscenti, ecc.

Purtroppo, il libro non è questo gran capolavoro. Risulta un po' banale, con dialoghi prevalentemente noiosi e personaggi di poco spessore. Soprattutto la voce narrante, nonché la protagonista, Josephine, sembra troppo insipida come personaggio (se mi passate il termine). 
L'unica a dare un senso al tutto è la zia Rose, nonché il perno attorno al quale ruotano le varie figure della vicenda. Una donna forte, coraggiosa, ironica, amante del gin and tonic senza tonic e della cucina un po' troppo fai da te. 
Anche gli argomenti trattati, in primis la malattia, forse meritano più profondità e considerazione. Ci sono temi importanti in questo romanzo che vengono sviluppati ben poco, o addirittura fanno solo da cornice al tutto. 
I capitoli sono diversi ma comunque brevi ed il ritmo abbastanza veloce. Nonostante questo, è stato difficile non annoiarsi. L'unica cosa che mi ha favorevolmente colpita sono state le descrizioni dell'ambiente attorno al quale ruota la vicenda. In particolare, la casa di Rose, che sembra partecipare alla sofferenza della proprietaria fino ad arrivare quasi ad autodistruggersi. 

Per il resto, un romanzo leggero, senza infamia e senza lode. 

"Appoggiai la testa contro lo stipite della porta e li osservai: erano due delle persone che più amavo al mondo. Ero stata fortunata a crescere insieme a Matt, giocando e litigando con lui, che mi aveva impedito di diventare una viziata figlia unica, e ancora di più ad aver potuto contare sulla presenza amorevole ed eccentrica della zia Rose a poche centinaia di metri da casa, per tutti gli anni critici dell'infanzia e dell'adolescenza"

"Era davvero uno schifo che la zia Rose stesse morendo e io non avessi più il diritto di chiamare "casa" quel luogo, e che Matt non mi volesse, ma in qualche modo le montagne riuscirono a restituirmi la prospettiva delle cose. La loro eterna grandiosa indifferenza rende i problemi dell'uomo passeggere futilità"




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